la Peppina Commedia
Nel mezzo del Peppin della mia vita
mi innamorai di un Tropea o-scuro
che la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir cos'era è cosa dura
esto Peppino selvaggio aspro e forte
che nel pensier mi provoca arsura.
Io non so ben ridir com’i’ m'innamorai,
tant’era ebbra di spritz a quel punto
che la verace via abbandonai.
Quando rividi costui nel gran mercato,
"hai la carda per i punti", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo già svezzato!"
Rispuosemi: "Non omo, Peppino già fui,
Rispuosemi: "Non omo, Peppino già fui,
e li parenti miei furon Sambiasini,
per patrïa ambedui.
Nacqui sub lo Presidente partigiano,
e vissi a Sambiase sotto ’l buono Braccio
nel tempio de li suprissati e de l'alivi gorramati a mano.
Ma tu perché ritorni colla pubblica corriera?
Perché non sali il mio dilettoso carro
ch’è principio e cagion di laida atmosfera?".
"Or se’ tu quel Peppino e quella fonte
che spandi di parlar meridionale sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
“Sì, son io ‘l terronico adone
che qui di quella landa giunse
per Da Vinci superar lo nome”.
“Me cojoni”, esclamai con gran stupore
quell’ardor che presemi di getto
si tuonò in magno amore.
L’eccelso ed io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, io prima e lui secondo,
mano nella mano e lo pan sotto le ascelle
raggiungemmo lo parcheggio in fondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.