parola di Peppino

LETTERA APERTA DI PEPPINO ALLA SPOSA… QUANDO ORMAI È TROPPO TARDI. 

 Cara Costanza, è giusto che tu lo sappia: i miei amici calabresi sono pezzi di me.
Questi pezzi di me mi hanno sostenuto nei momenti più duri della mia vita: cerano quando o ripetuto la terza elementare; c’erano quando i bambini più grandi mi picchiavano… e infatti erano loro, pezzi di me, a farlo; sempre loro mi davano coraggio quando, timidamente, scippavo le vecchiette davanti alle poste, e in Questura mai si vergognarono nel fare il mio nome e anche il mio cognome.
Furono loro a farmi comprendere il moto rettilineo uniformemente accelerato, tagliando i freni della mia bicicletta.
E furono loro, quando ancora non sapevo clonare i bancomat, a insegnarmi come stampare le banconote, convincendomi addirittura a personalizzarle con la mia firma. Questi grandi pezzi di me hanno illuminato molti momenti bui della mia vita, a volte anche dandomi fuoco. Ricordo con nostalgia i pomeriggi trascorsi giocando a nascondino.
Pensa che una volta mi chiusero su un camion diretto in Bulgaria e ci vollero tre anni prima che mi ritrovassero in un villaggio di nomadi armeni. I compleanni poi! Che ricordi memorabili. Accendevano la torta e mi facevano mangiare le candeline. Tutte. D’estate, che spasso i gavettoni fatti con sabbia rovente e puntine da disegno.
Potrei continuare per giorni a parlarti di quei grandi pezzi di me, quasi gli stessi che ho impiegato l’anno scorso per arrivare a Pisa, quando si offrirono di darmi un passaggio da Lamezia e poi mi abbandonarono a Sala Consilina. E la macchina era anche mia. Vorrei concludere con la speranza che, nel tempo a venire, tu riesca pienamente a comprendere quale grande amore mi lega a queste teste di Calabria e magari un dì, guardandomi negli occhi, possa tu di loro, stroncando ogni resistenza, dire: “amore mio, i tuoi amici sono pezzi di me”.